08/08/2020
15/01/2012

Lo Tsunami
segreto

Nell’autunno del 1952 le rive orientali della Kamchatka, l'Isola Paramushir e l'Isola Shumshu si trovarono in prima linea a dover sopportare l'onda d'urto di uno tsunami, che oggi si classifica al quinto posto tra i più gravi mai registrati nel 20esimo secolo. Una tragedia rimasta sconosciuta per decenni

Izvestija Stranà (Russia)

Lo tsunami segreto sull’isola del terrore
di Aleksandr Guber



"Vivere come su un vulcano" da queste parti non è solo un modo di dire. Kurili settentrionali; sull'isola di Paramushir di vulcani ce ne sono 23 (ventitre!), cinque dei quali attivi. L’Ebeko, a sette chilometri dalla città, di tanto in tanto si sveglia e rilascia vapori vulcanici. Con la bonaccia e quando soffia il vento da ovest, a Severo Kurilsk è impossibile sfuggire all'odore di cloro e di zolfo. Dal centro meteorologico locale scatta allora l'allarme per avvertire che nell'aria sono presenti agenti tossici.
 
Già nel 1859 e nel 1934 le eruzioni su Parashumir furono causa di molte intossicazioni e della morte di molti animali domestici. Per questo motivo, i vulcanologi invitano spesso la cittadinanza a servirsi delle maschere per respirare e di altri dispositivi per filtrare l'acqua. D'altra parte, quando fu scelto il luogo dove costruire la cittadina di Severo-Kurilsk, non furono fatte indagini vulcanologiche. Ai tempi, erano gli anni '50, interessava solo che si costruisse a non meno di trenta metri sul livello del mare. E c’era un buon motivo. Dopo la tragedia del 1952, tutti avevano capito che era l’acqua il vero pericolo, ben peggiore di quello della lava del vulcano.

Lo tsunami rimasto segreto
L'onda di tsunami dopo il terremoto di Fukushima, la primavera scorsa, si è abbattuta anche sulle isole Kurili. Era un'onda piccola, di un metro e mezzo. Ma nell’autunno del 1952 le rive orientali della Kamchatka, l'Isola Paramushir e l'Isola Shumshu si trovarono in prima linea a dover sopportare l'onda d'urto di uno tsunami, che oggi si classifica al quinto posto tra i più gravi mai registrati nel 20esimo secolo. La città di Severo Kurilsk venne rasa al suolo, distrutta come i villaggi di Utesnyj, Levashovo, Rifovyj, Kamenistyj, Pribrezhnyj, Galkino, Okeanskij, Podgornyj, Mayor Van, Shelkhovo, Savushkino, Kozyrevskij, Babushkino, Bajkovo.

E quell'autunno del 1952 rimase un autunno come gli altri nel resto del Paese (l'URSS), perché sulla stampa sovietica, e cioè sulla Pravda e sull'Izvestija, non uscì nemmeno una riga né sullo tsunami che si era abbattuto sulle Isole Kurili, né sulle migliaia di vittime che fece. Raccontare quello che davvero successe è possibile solo attraverso i ricordi dei sopravvissuti, le pochissime fotografie e 25 secondi di un filmato in bianco e nero, miracolosamente realizzato e conservato da allora.

Lo scrittore Arkadij Strugatskij, che all'epoca dello tsunami era un interprete militare alle Kurili, partecipò alle operazioni di recupero dopo l’onda anomala. Così scriveva al fratello a Leningrado: "Ero a Shumshu. Non sono ancora in grado di scrivere quello che ho visto e fatto, e nemmeno ciò a cui sono sopravvissuto. Ti dirò solo che sono capitato in una zona, dove la sciagura si è fatta particolarmente sentire. L'isola nera di Shumshu, l'isola del vento, l'isola degli scogli Shumshu, colpita da un'onda dell'oceano. Chi c'era quella notte, a Shumshu, ricorda come il ruggito dell'oceano si è lanciato all'attacco dell'isola, dei suoi moli, delle sue cittadelle militari, dei suoi tetti. E come l'oceano si è abbattuto sulle piccole valli, sulle colline spoglie, sui fossati...E la mattina dopo sugli scogli si Shumshu l'Oceano Pacifico ha lasciato solo cadaveri. L'Isola Nera Shumshu, l'isola del terrore Shumshu. Chi vive a Shumshu, guarda verso l'Oceano…. Questi quattro versi li ho buttati giù di getto, carico del peso di ciò che ho visto e sentito. Non so quale valore letterario possano avere. So solo che corrispondono esattamente a quello che è successo...".

"La guerra!"
A quei tempi la composizione della popolazione e l’organizzazione del lavoro a Severo Kurilsk erano particolari. Lavoratori stagionali, reparti militari in missione classificata, quanti fossero di preciso nessuno lo sapeva. Secondo dati ufficiali, nel 1952 a Severo Kurilsk dovevano esserci più o meno 6 mila persone. Konstantin Ponedel'nikov, originario di Sakhalin, oggi ha 82 anni. Nel 1951 si era trasferito con altri compagni alle Kurili per guadagnare qualche soldo. Costruivano case, intonacavano pareti, aiutavano a rafforzare le vasche di cemento armato nell'impianto di lavorazione del pesce. Erano anni in cui nell'estremo oriente sovietico la forza lavoro veniva soprattutto da fuori, gente che lavorava a contratto, per un periodo di tempo determinato. Ponedel'nikov racconta: "Successe tutto tra il 4 e il 5 novembre. Ero ancora scapolo, giovane, e quella sera ero rientrato tardi, saranno state le due o le tre. Abitavo in un appartamento, anzi, avevo preso in affitto una stanza da un conterraneo, anche lui originario di Kujbyshev. Mi ero appena sdraiato che... Che caspita stava succedendo? La casa tremava. Ma il padrone di casa si mette a urlare: alzati, presto, vestiti, fuori! Lui abitava da quelle parti lì da tempo. Lui sì che sapeva cosa stava succedendo". Konstantin scese allora in strada. Si accese una sigaretta. Sotto i piedi sentiva la terra tremare. All'improvviso, dalla direzione della riva spari, urla, fracasso. Nel cono di luce delle torce della marina, dalla baia arrivava gente di corsa. "La guerra!" gridavano. O almeno questo è quello che a Konstantin sembrava di capire in un primo momento. Poi capì. Non gridavano "guerra!" (in russo "vojnà"), ma "l'onda!" (in russo "volnà"). Dal mare, in direzione delle colline, dove c'era la postazione militare, arrivavano anche i cannoni semoventi. E insieme a tutti quanti Konstantin si mise a correre. Correva verso un posto alto.

Dal rapporto del tenente colonnello della Sicurezza Nazionale P. Derjabin: "Non ce la facemmo a raggiungere il comando, dal momento in cui avevamo sentito il fracasso e lo stridore che veniva dal mare. Abbiamo allora visto un'onda molto alta, che stava per abbattersi sull'isola. Detti l'ordine di sparare in aria e gridare: "Attenzione! Acqua!", mentre i soldati correvano in direzione delle alture. Il fragore e le grida fecero in modo che la gente scappasse dalle case così come stava. Gran parte di loro aveva addosso solo la biancheria intima".

Racconta Konstantin: "Per arrivare alla collina dovevamo attraversare un canale largo circa tre metri su dei piccoli ponti di legno. Accanto a me correva una donna, ormai senza fiato, con un bambino che avrà avuto cinque anni. Ho preso in braccio il bambino e ho saltato il fosso, mi chiedo ancora come caspita ho fatto. La mamma correva sulle tavole che facevano da ponte. Una volta arrivati in un posto più alto, avevano piantato le tende che usano i militari durante i periodi di addestramento. Le persone entravano per scaldarsi, in fin dei conti era già novembre. Questi alloggi di fortuna sono rimasti il nostro rifugio per diversi giorni".

Tre ondate
Dopo il ritiro della prima ondata, molti provarono a riscendere, per cercare i parenti dispersi e liberare gli animali. Nessuno sapeva che l'ondata di tsunami è molto lunga e che tra un'ondata e l'altra possono passare decine di minuti.

Dal rapporto del tenente colonnello Derjabin: "Dopo circa 15-20 minuti dal ritiro della prima onda, ecco arrivarne un'altra di proporzioni e portata ben maggiori della precedente. La gente, pensando che fosse ormai tutto passato (molti erano devastati dalla perdita dei cari, dei figli e dei loro averi), erano scesi ed erano tornati nelle case ancora in piedi per scaldarsi e togliersi i panni bagnati di dosso. Ma l'acqua, che sul suo cammino non trovava più ostacoli...si abbatté sulla terra ferma, finendo di distruggere quello che era rimasto. E’ questa seconda ondata che distrusse la città, uccidendo gran parte della popolazione. "E la terza trascinò in mare tutto quello che era riuscita a strappare alla terra. Lo stretto che separa le isole Paramushir e Shushu era intasato di case, tetti, relitti, macerie.

Lo tsunami, al quale fu poi dato il nome dalla città che aveva distrutto, Severo Kurilsk, era stato causato da un terremoto avvenuto nell'Oceano Pacifico, a 130 km dalle rive della Kamchatka. Un'ora dopo quel potente terremoto (di magnitudo 9) a Severo Kurilsk arrivò la prima onda anomala. La seconda, la più tremenda, era alta 18 metri. I dati ufficiali parlano di 2336 morti solo a Severo Kurilsk.

Konstantin non vide con i suoi occhi le due onde anomale. Prima fece di tutto per portare sulla collina gli altri abitanti in fuga, poi con altri volontari scese giù per portare soccorso a chi ne aveva bisogno, per tirare fuori la gente dall'acqua o farla scendere dai tetti. Le vere proporzioni della tragedia furono chiare dopo. "Scesi in città. Mi ricordo l'orologiaio, un bravo ragazzo, che non aveva le gambe. Vedo la sua carrozzella. E accanto, lui, sdraiato a terra. Morto. C'erano dei soldati che portavano via i cadaveri, per poi seppellirli come si poteva. Dio solo sa come... Vicino alla riva c'erano le caserme del genio militare. Si è salvato soli il sergente maggiore, che era a casa. Tutta la compagnia era morta, travolta dall'ondata. C'era anche un istituto di sicurezza, chissà, forse anche là dentro c'era qualcuno, e poi il reparto di maternità, e l'ospedale...Tutti morti".

Dalla lettera di Arkadij Strugatskij al fratello: "Tutte le costruzioni erano state abbattute, tutta la spiaggia era invasa da pezzi di legno, travi, macerie, palizzate divelte, porte e cancelli. Le due vecchie torri da artiglieria che avevano costruito i giapponesi sul molo ai tempi della guerra russo giapponese erano state trascinate a un centinaio di metri. Col calmarsi della situazione, dalla collina cominciarono a scendere quelli che avevano avuto la fortuna di salvarsi, donne e uomini con nulla addosso oltre alla biancheria, tremanti di paura e di freddo. La maggior parte dei cittadini erano affogati, alcuni cadaveri giacevano intrappolati tra le macerie sulla spiaggia".

Seguì l’ordinata evacuazione dei superstiti. Dopo una breve telefonata di Stalin ai responsabili di Sakhalin, tutti gli aerei e le navi nelle vicinanze furono dirottati sul luogo della sciagura. Konstantin, tra i trecento superstiti, capitò sulla Amderma, una nave che trasportava pesce. Per far posto alle persone avevano svuotato la stiva del carbone e gettato una tela cerata. Li portarono sul Primorje, dove vissero per qualche tempo in condizioni molto difficili. Ma poi ai "piani alti" decisero di rispedirli a Sakhalin, perché i contratti di ingaggio della manodopera vanno rispettati. Di una qualche compensazione materiale neanche a parlarne, era già abbastanza che il contratto venisse confermato. E Konstantin ebbe fortuna: il suo principale era sopravvissuto, così da poter recuperare i documenti e il libretto di lavoro.

Un posto buono per la pesca
Molti dei villaggi distrutti non sono mai stati ricostruiti. La popolazione delle isole diminuì di parecchio. Il porto di Severo-Kurilsk fu ricostruito da un'altra parte, più in alto. Ma senza verifiche vulcanologiche, per cui la nuova posizione risulta ancora più pericolosa, e cioè sulla rotta delle emissioni tossiche del vulcano Ebeko, che è anche uno dei più attivi tra tutti quelli che si trovano sulle isole Kurili. La vita di Severo Kurilsk è da sempre legata alla pesca. E siccome il lavoro qui è sempre stato pagato bene, la gente è sempre arrivata, per abitarci un po’ e poi se ne andava. Un gran via vai, insomma. Negli anni 70-80 solo uno sfaticato non guadagnava fino a 1500 rubli al mese. Negli anni ‘90 questa era zona di pesca di granchi, che poi venivano spediti in Giappone. E alla fine degli anni Zero la pesca di granchi è stata praticamente vietata dal ministero, per impedire la scomparsa della specie. Oggi come oggi, rispetto agli anni ‘50, la popolazione si è ridotta a un terzo. A Severo Kurilsk, che quelli del posto chiamano "Sevkur", vivono fra sì e no 2500 persone, delle quali 500 sotto i 18 anni. Nel locale reparto maternità vengono al mondo 30-40 nuovi cittadini al giorno, ragazzi che avranno scritto sui documenti "luogo di nascita Severo Kurilsk".

L'impianto per la lavorazione del pesce locale fornisce al resto del Paese merluzzo artico e nero e sogliole. Ci lavorano operai residenti, circa la metà, e molti immigrati, che guadagnano più o meno 25 mila rubli al mese. Ma vendere il pesce a chi qui ci vive non è cosa facile. O meglio, non si fa proprio…. I turisti da queste parti al momento sono solo un sogno; gli immigrati vanno a vivere alla Pensione del Pescatore, che è riscaldata solo ogni tanto, anche se qualche tempo fa la centrale che fornisce l'acqua calda per il riscaldamento è stata riparata e giù al porto hanno costruito un nuovo approdo. Come se non bastasse, il vero problema è la difficoltà di raggiungere l'isola, che dista da Yuzhno-Sakahlinsk più di mille chilometri e trecento da Petropavlovsk Kamchatskij. E l’elicottero che parte una volta a settimana, lo fa solo quando ci sono le condizioni atmosferiche giuste.

Clicky